
OROSEI NELL' OPERA DELEDDIANA
Il visitatore che oggi giunge a Orosei, uno dei centri turistici più importanti della costa baroniese, difficilmente immagina che questo luogo dal clima mite sia stato in passato segnato da diverse avversità: calamità naturali tristemente presenti anche nelle cronache recenti; incursioni barbaresche che nel non lontanissimo 1806 spinsero gli abitanti di Orosei, sotto la guida di Tomaso Majolu, ad affrontare presso la cala di Osalla, coraggiosamente, oltre 700 tunisini costringendoli alla fuga; in primis, l'endemica piaga della malaria sconfitta soltanto nel 1950 con l'aiuto della statunitense "Rockefeller Foundation".
Grazia Deledda, particolarmente attenta ai disagi dei suoi conterranei, ne rispecchia diversi aspetti nella propria opera letteraria. Così nella novella La festa del Cristo, inserita nella raccolta Chiaroscuro (1912), ricorda le "donne pallide col ventre gonfio per le febbri di malaria, [e] uomini smilzi in corpetto di scarlatto, le gambe secche e dritte come quelle dei cervi". D'altro canto, Orosei appare anche come teatro di feste religiose dove sacro e profano si mischiano in spensierata allegria: "La festa durava nove giorni di cui gli ultimi tre diventavano un ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti".
Il racconto della novena nel Santuario del Rimedio occupa una parte importante in Canne al vento (1913) poiché espone i personaggi e i conflitti che verranno sviluppati nel romanzo: luoghi e moti d'animo dei personaggi sono infatti inscindibilmente legati nell'opera deleddiana. E mentre i giovani ballano e intrecciano amicizie e amori, le due sorelle Pintor, nobildonne anziane ormai ridotte ad una grande povertà, ricordano con dolce malinconia gli splendori passati della loro famiglia: "Le dame Pintor avevano a loro disposizione due capanne fra le più antiche […] dette appunto sas muristenes de sas damas, perché divenute quasi di loro proprietà in seguito a regali e donazioni fatte alla chiesa dalle loro ave fin dal tempo in cui gli arcivescovi di Pisa nelle loro visite pastorali alle diocesi sarde sbarcavano nel porto più vicino e celebravano messe nel santuario".
La sorella più giovane, Noemi, rimasta sola nel vecchio palazzo signorile di Galte-Galtellì, evoca nostalgicamente la sua giovinezza passata attraverso i ricordi legati al santuario: "Rivedeva la chiesetta grigia e rotonda simile a un gran nido capovolto in mezzo all'erba del vasto cortile, la cinta di capanne in muratura entro cui si pigiava tutto un popolo variopinto e pittoresco come una tribù di zingari, il rozzo belvedere a colonne, sopra la capanna destinata al prete, e lo sfondo azzurro, gli alberi mormoranti, il mare che luccicava laggiù fra le dune argentee".
Già rassegnata ad un'austera esistenza senza amore, Noemi vedrà brillare un ultimo raggio di giovinezza e vita nel suo sentimento incestuoso per il nipote Giacinto, figlio di una quarta sorella, Lia, fuggita da giovane nel lontano "continente" per sottrarsi alla tirannia paterna. Nella solitudine di una sera estiva, Noemi si abbandona ai suoi sogni: "Le sembrava d'essere svenuta, […] e che le sue lacrime fossero quelle di Giacinto; e le sorbiva come il succo di un frutto acre con le labbra avide tremanti di tutti i baci che non avevano dato né ricevuto.
La giovinezza, l'ardore, il dolore di Giacinto si trasfondevano in lei: dimenticava i suoi anni, il suo aspetto, la sua assenza; le sembrava d'essere distesa sotto un'acqua limpida nel folto di un bosco e di vedere una figura curvarsi a bere, a bere, sopra la sua bocca: era Giacinto, ma era anche lei, Noemi viva, assetata d'amore: era uno spirito misterioso che sorbiva tutta l'acqua della sorgente, tutta la vita dalla bocca di lei, tanta sete insaziabile aveva; e si stendeva poi nel cavo della fontana nel folto del bosco e formava un essere solo con lei".
Stando ad un'ipotesi di Massimo Pittau, il nome del nipote, Giacinto Pintor, non sarebbe stato scelto in modo casuale, ma avrebbe il suo modello nel giornalista, scrittore e pittore - a quest'ultima attività dovrebbe rinviare il cognome del personaggio - Giacinto Satta, nato ad Orosei nel 1851, sul quale Grazia Deledda avrebbe riversato il suo sognante amore di adolescente. Satta fu sicuramente un personaggio interessante nella vita culturale della Sardegna di fine Ottocento: non è quindi difficile immaginare che avesse affascinato l'aspirante scrittrice: bello e colto, la sua vita movimentata l'aveva portato fra l'altro a Roma, Londra, Algeri, Tunisi, Tripoli e per un lungo periodo a Parigi, da dove collaborava con i propri articoli alla rivista "Vita sarda", contribuendo così a conferirle un respiro culturale ampio e ben documentato sulle correnti artistiche e letterarie dei maggiori centri europei.
Probabilmente la giovane Grazia - il cui nome appare tra i collaboratori della rivista sin dal primo numero, apparso nel 1891- doveva anche a Giacinto Satta la sua aggiornata conoscenza della letteratura francese a lei contemporanea. Rientrato in Sardegna, l'oroseino partecipò a Nuoro al fervido cenacolo di intellettuali ed artisti sardi - tra i quali spiccavano l'avvocato-poeta Sebastiano Satta e il pittore Antonio Ballero - che conquistò al capoluogo barbaricino, come la stessa Deledda scrisse nel 1894 con evidente orgoglio, il titolo di "Atene sarda".
Se Giacinto Satta contribuì all'importazione delle maggiori correnti della cultura europea in Sardegna, Grazia Deledda, formatasi anche attraverso tale opera di mediazione contribuì a sua volta a far conoscere ad un pubblico nazionale ed europeo la sua Sardegna ora tragica ora allegra ma sempre avvolta in un magico velo di poesia.
E ancora oggi l'attento visitatore può trovare a Orosei i luoghi e le atmosfere che stimolarono Grazia Deledda a scrivere alcune delle sue pagine più famose.
1- Cfr. A. Mattone, Le origini della questione sarda. Le strutture, le permanenze, le eredità, in L. Berlinguer - A. Mattone (a cura di), La Sardegna. Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi, Torino, Einaudi, 1998, p. 7.
2- G. Deledda, Novelle, Nuoro, Ilisso, 1996, p. 156.
3- G. Deledda, I grandi romanzi, Roma, Newton Compton, 1997, p. 604.
4- Ivi, p. 609.
5- Ivi, p. 603.
6- Ivi, p. 639.
7- Giacinto Satta fu, tra l’altro, autore di un romanzo storico intitolato Il tesoro degli Angioini (1907); cfr., a proposito, G. Marci, Narrativa sarda del Novecento. Immagini e sentimento dell'identità, Cagliari, Cuec, 1991, pp. 21-30.
8- Cfr. M. Pittau, Grazia Deledda per Giacinto Satta: un amore giovanile, in Id., Ulisse e Nausica in Sardegna e altri saggi, Nuoro, Insula, 1994, pp. 225-231.
9- Riguardo all’importanza delle riviste per la formazione di Grazia Deledda, cfr. G. Cerina, Grazia Deledda e le riviste in Ead., Deledda ed altri narratori. Mito dell'isola e coscienza dell'insularità, Cagliari, Cuec, 1992, pp. 77-110.
10- Cfr. G. Pirodda, La Sardegna, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, Vol. III, Torino, Einaudi, 1989, p. 955.
11- Cfr. G. Deledda, Tradizioni popolari di Sardegna, Roma, Newton Compton, 1995, p. 66.
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